MALEDETTI TOSCANI

A Firenze un’amichevole tra squadre femminili finisce con una giocatrice ricoverata per una frattura della mandibola. Per la pallanuoto una pessima pubblicità.

Se, pur per pochi anni, Firenze fu la capitale dell’Italia unificata, le recenti cronache hanno fatto del capoluogo toscano un punto nevralgico della pallanuoto nazionale, tanto nel bene quanto nel male. Prima l’inizio della crisi della Fiorentina Waterpolo, un’istituzione in campo femminile, poi l’importante assegnazione della Super Final della World League maschile e lo sfogo su La Repubblica del santone Gianni De Magistris, cui ha fatto seguito dopo pochi giorni il suo ritorno alla guida della Fiorentina. E, infine, un episodio non certo ascrivibile alle cronache sportive, accaduto una settimana fa.

È un tranquillo pomeriggio, a Firenze. In piscina, per una partita di allenamento, si affrontano la Fiorentina Waterpolo e la Firenze Pallanuoto: tutto nella norma. Fino a quando non entrano in contatto Lucia Recupero, difensore della Fiorentina, e l’avversaria Giulia Bartolini, più volte pizzicate a farsi reciproche scorrettezze: è quest’ultima a farne le spese, uscendo dall’impianto con una frattura alla mandibola tanto da dover essere sottoposta ad un’operazione. Stando alla versione della giocatrice livornese, si sarebbe trattato di un banale scontro di gioco: lei avrebbe tagliato la strada alla Bartolini, tentando una controfuga, e l’avrebbe involontariamente colpita con il gomito. Diversa, invece, la successione dei fatti ricostruita dalla Firenze Pallanuoto in un comunicato stampa: la Recupero avrebbe volontariamente sferrato un pugno alla Bartolini, ad amichevole già terminata, ed avrebbe addirittura proseguito se non fosse stata fermata da alcune giocatrici della Firenze.

Senza entrare nel merito della questione e, soprattutto, senza prendere le difese dell’una piuttosto che dell’altra, partiamo da un’amara constatazione. E cioè le (inevitabili) polemiche seguite alla vicenda: «Non ho mai visto un fatto così deplorevole e spaventoso e una frattura così brutta in trent’anni nel mondo della pallanuoto» (Cipriano Catellacci, presidente della Firenze Pallanuoto);  «Visto il comunicato stampa della Firenze Pallanuoto, comprendendo il clima nel quale è stato redatto, siamo obbligati a precisare quanto raccolto dalle testimonianze di alcune atlete e di un tecnico, dalle quali si evince che la partita di allenamento era ancora in corso e sospesa solo per l’incidente, che oltre al fatto citato, non sono stati dati ulteriori pugni da parte di Recupero, né nessuna delle ragazze in acqua è intervenuta per fermare la Recupero che era già ferma dopo l’unica azione contro la Bartolini» (Sandra Del Corona, presidente della Fiorentina Waterpolo);  «Non vorrei, ma viene da pensar male sulla volontarietà del gesto. Anche perché ho saputo che la ragazza non è nuova a episodi del genere» (la madre di Giulia Bartolini); «Si è trattato di un incidente di gioco e non era mia intenzione procurare danni a Giulia Bartolini; infine vorrei precisare che in dieci anni di campionati federali non sono mai stata squalificata per gioco violento e/o brutalità» (Lucia Recupero).

Ognuno si fa portavoce di una verità. La sua. Ma qui le certezze sono due. La prima è che la Bartolini si è ritrovata con una mandibola rotta e rischia di finire qui la sua stagione agonistica: difficile non augurarle di riprendersi in fretta. La seconda è che questo spiacevole episodio è avvenuto a margine di una semplice amichevole. Non è certo di questa pubblicità che ha bisogno la pallanuoto, già di per sé in preda ad una crisi d’immagine da cui uscire diventa sempre più difficile. No, non lo è. Per niente.

CROKE PARK: LO SPORT STRANIERO E IL VECCHIO NEMICO

Croke Park, centenario tempio irlandese degli sport gaelici, solo nel 2007 ospita il primo evento di uno sport di origine inglese, il Rugby.

RugbyIl 24 febbraio 2007 verrà ricordato come una giornata storica negli annali del rugby. Il pomeriggio rugbistico era iniziato da soli 7 minuti e l’Italia conduceva per 21-0 contro la Scozia a Edinburgo, pronta a strappare la sua prima vittoria esterna nel Sei Nazioni. Mentre gli italiani, ebbri di gioia, festeggiavano la vittoria, a Dublino gli Irlandesi si preparavano ad accogliere la nazionale inglese di rugby a Croke Park. In Irlanda (come anche in Scozia e Galles), gli inglesi sono da sempre chiamati the old enemy, il vecchio nemico, e a Croke Park il rugby è the foreign game, lo sport straniero. Mai come stavolta, però, il legame tra Irlanda, Croke Park, sport straniero e vecchio nemico è stato così stretto. A Croke Park, lo sport straniero non era il benvenuto fino a qualche mese prima quando, vista la necessità di abbattere Lansdowne Road e costruire uno stadio nuovo al suo posto, la nazionale irlandese di rugby chiese ospitalità alla GAA, la federazione degli sport gaelici. La GAA si è trovata di fronte a una decisione epocale. Primo, perché far giocare lo sport straniero nei propri campi avrebbe significato dover cambiare lo statuto stesso della GAA. Secondo, perché far giocare il Sei Nazioni a Croke Park avrebbe significato far giocare il vecchio nemico nel tempio del nazionalismo irlandese, quello stadio già violato, poco sportivamente, dagli inglesi.

Era il 21 novembre 1920. L’aria che tirava a Dublino era tesa: su ordine di Michael Collins, l’IRA aveva ucciso 14 uomini dell’intelligence britannica nei loro appartamenti. Erano uomini della Cairo Gang, una squadra che doveva infiltrarsi nell’organizzazione di Collins. La leggenda vuole che gli inglesi, affamati di vendetta, avessero lanciato una moneta per decidere con quale atto di rappresaglia punire l’attentato dell’IRA. Testa, saccheggio di Sackville Street. Croce, strage a Croke Park. Al Croker, nonostante la tensione palpabile, c’erano diecimila persone. La squadra di football gaelico di Dublino affrontava i rivali di Tipperary. Il match era cominciato da pochi minuti quando i Black and Tans irruppero sul rettangolo di gioco. Croce. I Black and Tans, le feroci forze speciali impiegate dall’esercito britannico in irlanda, aprirono il fuoco sulla folla. I giocatori fuggirono dal campo, lasciando a terra due giocatori: Jim Egan e Michael Hogan. Il primo, solo ferito, sopravvisse, mentre i colpi che crivellarono Hogan si rivelarono mortali. Tra le vittime dell’efferata violenza del vecchio nemico ci furono anche tre ragazzi di 10, 11 e 14 anni e una donna che si sarebbe dovuta sposare cinque giorni dopo, andata ad assistere alla partita con il futuro marito.

C’è da immaginarsi perché dall’alto della Hogan Stand, la curva del Croke Park dedicata al giocatore morto sul campo quel giorno, il vecchio nemico fosse tutt’altro che benvenuto. L’affronto degli inglesi aveva colpito lo spirito nazionale irlandese al cuore. Vari passi dello statuto della GAA parlano di identità nazionale e di un’Irlanda a 32 contee: sia le 26 della Repubblica sia le sei tuttora facenti parte del Regno Unito. Su quello statuto crebbero le lapidi del massacro del 1920: l’articolo 21 e l’articolo 42. L’articolo 21 vietava a chiunque fosse arruolato nelle truppe britanniche o nella polizia nordirlandese di prendere parte alle attività sportive organizzate dalla GAA. L’articolo 42 bandiva gli sport britannici dagli impianti GAA, come il Croke Park. Sport britannici come calcio e rugby. Lo sport straniero.

Quando gli inglesi si presentano sull’erba del Croke Park, l’atterraggio dello sport straniero nel maestoso stadio dublinese è già avvenuto da due settimane: una sconfitta maturata all’ultimo minuto contro la Francia, in quella che molti definiscono la finale del Sei Nazioni, di fronte a più di ottantamila spettatori. Lansdowne Road ha chiuso i battenti da poco più di un mese, l’ultimo giorno del 2006. La nazionale irlandese, senza più una casa, chiede ospitalità al Croke Park e la GAA fa passare una mozione, per 227 voti contro 97. L’articolo 42 viene temporaneamente sospeso, e lo sport straniero viene ammesso al Páirc an Chrócaigh fino al 2008. Dietro al voto, la lotta immane tra i conservatori, che vogliono mantenere gli sport gaelici esclusivo appannaggio dell’identità irlandese, e i progressisti, che si battono perché i giochi della GAA entrino nel terzo millennio, diventando a tutti gli effetti uno sport moderno.

I conservatori storcono tutti il naso quando la palla ovale si stacca dal piede di David Skrela, l’apertura francese, per decollare per la prima volta nel cielo del Croke Park, ma si mordono la lingua. Non riescono invece a trattenersi quando scoprono che gli inglesi invaderanno di nuovo il campo, armati di 22 tra i loro migliori rugbisti e dell’inno nazionale, l’odiato God Save the Queen. Gli eredi del sei volte campione d’Irlanda Joe Barrett annunciano che, in segno di protesta, ritireranno le sue medaglie dal museo del Croke Park. Il Republican Sinn Féin invece proclama una manifestazione contro God Save the Queen nei pressi dello stadio, sperando di ispirare la folla a fischiare l’inno invasore e causando il rinforzo della sicurezza di Croke Park da parte della polizia, preoccupata da eventuali tafferugli. Nel frattempo arrivano gli appelli dell’Arcivescovo di Cashel, membro del consiglio GAA, e di Eddie O’Sullivan, coach della nazionale irlandese di rugby. L’Arcivescovo spiega come sia logico che a Croke Park si debba rispettare il medesimo protocollo che si sarebbe rispettato a Lansdowne Road, mentre O’Sullivan dichiara che, come gli irlandesi esigono rispetto per il proprio inno e per la propria nazione, debbono essere i primi a mostrare quello stesso rispetto verso qualsiasi altro inno e nazione. O’Sullivan ricorda anche che God Save the Queen è stata cantata in un’occasione precedente alle Special Olympics, i giochi riservati ad atleti con disabilità intellettuale, senza causare alcuna polemica.

Il vecchio nemico ormai è sul tappeto rosso, una delle tante parti di quel protocollo pre-match così lento, studiato e snervante che caratterizza ogni partita della nazionale irlandese di rugby. Su quel tappeto, al Lansdowne Road, gli inglesi suscitarono parecchie polemiche quando, nel 2003, impedirono al Presidente della Repubblica d’Irlanda di passare, violando il protocollo ufficiale. Il Presidente è ancora lo stesso – Mary McAleese, famiglia nordirlandese – e stringe le mani dei giocatori. Prima dei 22 inglesi; poi, accompagnata da capitan Brian O’Driscoll, dei 22 irlandesi. Il protocollo prevede che la McAleese riprenda il suo posto in tribuna d’onore prima che la banda inizi con gli inni. Un protocollo di una lentezza estenuante, quasi fosse pensato per far salire la tensione e far percorrere lo stadio da un brivido: il vecchio nemico è venuto a giocare lo sport straniero sul campo della Bloody Sunday, e sta per cantare il suo inno. Qualcuno ha brividi di raccapriccio, qualcuno teme le rimostranze del Republican Sinn Féin, altri si godono il momento: la folla non fiata e gli inglesi cantano l’inno con orgoglio e convinzione. Gli irlandesi rispondono, prima con Amhrán na bhFiann, l’inno della Repubblica, poi con Ireland’s Call, l’inno della nazionale di rugby irlandese. Inno della nazionale che è riuscita a unire le 32 contee. Dopo che i verdi hanno urlato l’ultimo “We’ll answer Ireland’s call”, la storia si fa da parte e cede il passo al rugby. Gli irlandesi, quando scendono in campo, hanno sempre qualcosa da dire. I greens lasciano tutti a bocca aperta: un’intensità di gioco e una determinazione offensiva fuori dal comune li portano a stravincere: 43-13. Sono evidentemente parecchie le cose da dire stavolta, serbate per gli 80 minuti in cui i greens infliggono all’Inghilterra la sua peggiore sconfitta in 130 anni di Torneo.

LA LEGGENDA DI LANSDOWNE ROAD

I centotrentanni di storia del Lansdowne Road, lo storico stadio di rugby di Dublino, abbattuto nel 2006 per far posto a un impianto più moderno.

Lansdowne RoadIl 31 dicembre 2006, Dublino ha detto addio a un simbolo della città: il Lansdowne Road, lo stadio che ospitava le nazionali irlandesi di calcio e rugby. Uno stadio vecchio oltre 130 anni, costruito interamente in legno, quasi a dargli le sembianze di uno scrigno zeppo di aneddoti e impregnato di storia. Lo scrigno è stato raso al suolo per lasciare spazio a un più moderno all-seater, l’Aviva Stadium, sul quale si sono abbattuti gli strali degli amanti della tradizione sportiva e quelli delle commissioni edilizie, alcune delle quali sostenevano che il nuovo stadio avrebbe deturpato l’ambiente del quartiere di Ballsbridge, Dublin 4. La ristrutturazione si era fatta urgente quando nel novembre 2005 un incendio aveva reso inagibile il North Terrace la notte prima di un importante incontro tra la nazionale di rugby e i temibili All Blacks, la nazionale neozelandese. La squadra irlandese ha dato il proprio addio all’impianto con una serie di vittorie illustri contro Sudafrica, Australia e Pacific Islanders nei test-match di novembre del 2006.

Lansdowne Road ha ospitato diversi eventi di rilievo, oltre alle partite delle rappresentative nazionali di calcio e rugby e alle finali della FAI Cup, la Coppa Irlanda di calcio. Sono state disputate al Lansdowne Road le finali di Heineken Cup (la maggior competizione rugbistica europea per club) del 1999 e del 2003, e nello stadio hanno tenuto concerti artisti del calibro di U2, Oasis, Eagles e Red Hot Chili Peppers.

Bóthar Lansdún (questo il nome dell’impianto in gaelico) vanta il titolo di stadio di rugby più vecchio del mondo e apre nel 1872, quando Henry William Dunlop, proprietario di 28 ettari tra il fiume Dodder e la stazione ferroviaria di Lansdowne, fonda il Lansdowne Rugby Club. Dunlop lascia il terreno alla squadra come campo da gioco e concede ospitalità anche a una squadra di calcio, i Dublin Wanderers FC. Per rifarsi delle spese nel 1878 Dunlop affitta il campo per la prima Irlanda-Inghilterra della storia al prezzo, allora salatissimo, di 5 sterline. Ha così inizio la leggenda, continuata quando nel 1904 l’IRFU acquista l’impianto, iniziando nel 1908 a costruire il vero e proprio stadio, che oggi conta 49250 posti.

Come per ogni stadio, non sono tanto le assi di legno o i pali o le zolle del campo a rendere Lansdowne Road leggendario. Certo, la presenza dei binari della DART (la linea urbana di Dublino) che passano sotto il West Upper Stand aiuta a dare un sapore tutto particolare al tempio del rugby irlandese. Però sono le lacrime, le gocce di birra e il sudore di spettatori e giocatori a costruire la leggenda. E nel caso di Lansdowne Road sono i canti dei supporters, sempre pronti a intonare la ballata tradizionale Fields of Athenry quando la propria squadra è in difficoltà, come anche ad applaudire una bella giocata degli avversari. Per creare una leggenda ci vogliono anche dei riti, come quel protocollo ufficiale pre-partita che prevede che il Presidente della Repubblica passi su un tappeto rosso a stringere le mani dei giocatori. Nel 2003 gli inglesi impedirono alla Presidente Mary McAleese di passare sul tappeto, costringendola a camminare sull’erba. Lo stadio si alzò e intonò Fields of Athenry con orgoglio, riuscendo perfino ad intimidire gli inglesi. Per creare quel sapore epico, poi, ci sono anche quei due inni cantati l’uno a ridosso dell’altro: prima A Soldier’s Song (Amhrán na bhFiann), inno della nazione ospitante, la Repubblica Irlandese; poi Ireland’s Call, inno scritto appositamente per la nazionale di rugby, per rappresentare sia i giocatori della Repubblica, sia quelli provenienti dall’Irlanda del Nord.

Uno scrigno di aneddoti, di leggende e di storia, dicevamo. Come quando nell’agosto 1914, all’indomani della discesa in campo del Regno Unito nella Prima Guerra Mondiale, centinaia di rugbisti si ritrovarono all’interno dello stadio e decisero di arruolarsi nei Royal Dublin Fusiliers come Pals Battalion. I Pals Battalion erano uno stratagemma inventato da sir Henry Rawlinson per incoraggiare gli arruolamenti: si trattava di speciali battaglioni formati localmente, di modo che i soldati non fossero costretti a combattere a fianco di perfetti sconosciuti. O come quando nel 1927 fu costruito l’East Stand: per via di alcuni ritardi nei lavori, la copertura dello Stand non fu eretta in tempo per il match contro la Scozia, ricordato per la pioggia torrenziale in cui fu disputato.

Nel 1929, quando lo stadio non aveva ancora raggiunto la capienza odierna, Lansdowne Road accolse 40mila spettatori per una partita contro la Scozia. I quarantamila, troppi per la capienza dell’impianto, si assieparono attorno al campo, impedendo al trequarti irlandese Jack Arigho, andato in meta, di schiacciare l’ovale in mezzo ai pali: l’area di meta era invasa da spettatori in festa; nello stesso match l’arbitro Cumberledge annullò la marcatura del trequarti ala Rowland Byers, placcato in area di meta dall’estremo scozzese Tom Aitchison, per via della quantità di gente che aveva invaso il campo. Le leggende sul Lansdowne Road riguardano anche il vento impetuoso che spazza il campo, come l’aneddoto raccontato dall’apertura gallese Mike Watkins (“All’inizio della partita non capivo che stesse succedendo: le bandiere sventolavano in tutte le direzioni!”) o quello che ricorda il pilone azzurro Martin Castrogiovanni (“Le bandierine stavano piegate a terra, sembravano lottare per restare aggrappate al suolo. Dei miei amici venuti dall’Argentina non riuscirono neanche a tirare fuori uno striscione preparato per festeggiarmi, il vento gliel’avrebbe strappato dalle mani!”).

Lansdowne Road non fu la casa fissa della nazionale al Cinque Nazioni fino al 1954: gli incontri si disputavano alternativamente a Dublino e Belfast. Sabato 27 febbraio 1954: a poche ore dal match previsto all’impianto di Ravenhill, nella capitale nordirlandese, sei giocatori nordirlandesi parlano al capitano James McCarthy. “Siamo onorati di essere stati chiamati a far parte della Nazionale – dicono – ma non ce la sentiamo di entrare in campo sul suolo irlandese e sentir suonare God Save The Queen!”. In quelle poche ore si consumano disperati negoziati, fino ad arrivare al compromesso: da quella Irlanda-Scozia in poi i greens non giocano mai più in Irlanda del Nord (l’assenza della nazionale dalle six counties verrà interrotta, dopo 53 anni, questo agosto, in occasione di un test-match contro l’Italia). Lansdowne Road diventa così a tutti gli effetti la casa del rugby irlandese, tanto che l’IRFU trasferisce nello stadio i propri uffici.

Tante tradizioni che crollano, insomma, con questo impianto storico, forse il più romantico tra gli stadi di rugby. Tradizioni che non riguardano la sola palla ovale: crolla anche, infatti, la Regola 42. La Regola 42 è un articolo dello statuto della Gaelic Athletic Association, anche conosciuta con il nome irlandese di Cumann Lúthchleas Gael. La GAA è la federazione degli sport gaelici (football gaelico e hurling) e in quell’articolo vietava l’ospitalità nei suoi impianti agli sport stranieri, in particolare modo quelli inglesi, come il calcio e il rugby. Una regola che affondava le sue radici nella Bloody Sunday del 21 novembre 1920, in piena guerra di indipendenza irlandese, quando a un incontro di football gaelico tra le rappresentative di Dublino e Tipperary i Black and Tans (forze speciali dell’esercito inglese) fecero irruzione al Croke Park, lo stadio GAA di Dublino, nonché il più grande impianto sportivo di tutta Irlanda. I Black And Tans aprirono il fuoco sulla folla, macchiandosi del sangue di un giocatore e di 14 spettatori, compresi tre ragazzi di 10, 11 e 14 anni. La Regola 42 però non esiste più, seppellita proprio dalle macerie del Lansdowne Road: l’assemblea della GAA ha votato per l’abolizione dell’articolo, concedendo ospitalità provvisoria alle nazionali di calcio e rugby proprio al Croke Park. Un’altra svolta epocale per lo sport irlandese e tutto quello che rappresenta nella cultura e nella società della nazione.

L’estremo saluto allo stadio Dublino l’ha dato il pomeriggio del 31 dicembre 2006, in occasione della partita di Celtic League tra le provincie irlandesi del Leinster e dell’Ulster. I padroni di casa hanno primeggiato 20-12, grazie alle mete dell’ala Denis Hickie, del seconda linea Owen Finegan e del numero 8 Jamie Heaslip, l’ultimo a schiacciare un ovale in meta su quel manto erboso. La partita, ribattezzata dai media “The Last Stand”, ha avuto un degno contorno, grazie ad un pubblico record di 48mila spettatori che la pioggia non è riuscita a scoraggiare. La folla ha riservato al Lansdowne Road una grande festa d’addio, condita perfino nell’intervallo tra i due tempi da una proposta di matrimonio. L’ultimo dei mille aneddoti di uno stadio che non sembrava ancora stanco di raccontare storie.

ESILIO DA RAVENHILL

La storia di un esilio durato 53 anni: mezzo secolo in cui la nazionale irlandese, simbolo delle due Irlande unite, non mise mai piede nella metà del Nord.

Venerdì, 26 febbraio 1954. È la vigilia di un incontro del Cinque Nazioni tra Irlanda e Scozia. Prima edizione dall’incoronazione della regina Elisabetta. Sul treno da Dublino a Belfast, sede designata dell’incontro, sono seduti undici dei giocatori che prenderanno parte all’incontro il giorno dopo. Tra di loro il nuovo capitano della nazionale irlandese, Jim McCarthy, flanker ventottenne di Cork, che terminerà la sua carriera internazionale l’anno successivo con all’attivo 28 caps, 8 mete e la convocazione per il tour dei British & Irish Lions del 1950. Gli undici giocatori si trovano a discutere dell’insistenza dei neozelandesi nel voler far suonare God Save the Queen, poco più di un mese prima, a una partita a Lansdowne Road. Gli All Blacks avevano vinto 14-3, lasciando con quella richiesta il sangue amaro nelle vene degli Irlandesi: tematiche delicate per una federazione rugbistica che racchiude territori dipendenti da due stati sovrani diversi. Per una nazionale che scende in campo senza suonare nessun inno quando gioca fuori dal territorio della Repubblica Irlandese. Gli undici giocatori su quel vagone concordano tutti: “Quando è troppo è troppo”.

All’arrivo a Belfast McCarthy si presenta dal presidente dell’IRFU, Sarsfield Hogan. “Io e i miei giocatori non abbiamo intenzione di lasciare gli spogliatoi e allinearci con gli Scozzesi per rendere omaggio a un monarca straniero – gli annuncia, categorico – Se verrà suonato God Save the Queen, all’inno scenderanno in campo solo i quattro nordirlandesi”. Hogan suggerisce al capitano di dormirci sopra, ma al mattino dopo al Grand Central Hotel scoppia la crisi: McCarthy e i suoi non hanno cambiato idea. I membri della IRFU e gli undici ribelli si rinchiudono in una stanza dell’albergo e danno inizio a due ore di trattative, terminate solo a ridosso dell’ora stabilita per il kick-off. Quattro giocatori, i Nordirlandesi, restano all’oscuro di tutto: Anderson, Henderson, Thompson e Gregg. Per placare i sospetti dei quattro e della stampa, i partecipanti al meeting sostengono di essersi riuniti in un momento di raccoglimento per l’aggravarsi delle condizioni di Papa Pio XII. “Se solo mi aveste detto che quel pover’uomo stava così male, sarei venuto a pregare con voi”, azzarda addirittura uno dei Nordirlandesi. Questo il compromesso raggiunto dalla IRFU per evitare l’incidente diplomatico: al posto di God Save the Queen verrà eseguito il Salute, una versione abbreviata dell’inno britannico. Quella partita, vinta 6-0 dai greens grazie a due mete del trequarti ala Mortell, sarà per decenni l’ultima giocata sul suolo nordirlandese dalla nazionale del trifoglio.

Da quel giorno del 1954, per mezzo secolo i greens non visiteranno più le six counties. 53 anni, per la precisione: il 24 agosto 2007 il patto stretto tra gli uomini di McCarthy e i funzionari di Hogan fu rotto quando lo stesso stadio, il Ravenhill di Belfast, ospitò l’amichevole pre-mondiale tra Irlanda e Italia, complici i lavori di ristrutturazione del Lansdowne Road di Dublino e del Thomond Park di Limerick. Nell’occasione gli azzurri misero alle strette Brian O’Driscoll e compagni perdendo 23-20 a causa di una meta dubbia di Ronan O’Gara allo scadere, immediata risposta alla marcatura di Pratichetti che sembrava aver messo il sigillo all’incontro sul 16-20. Nel primo tempo erano andati in meta l’azzurro Troncon e il nordirlandese Andrew Trimble e gli italiani avevano chiuso in vantaggio 13-10.

LA SUPERCOPPA ITALIANA VA IN CINA

La Supercoppa Italiana ritorna in Cina come già avvenne nel 2009. E’ necessario espatriare per attirare l’interesse degli sponsor?

Supercoppa TIMLa Supercoppa Italiana del 2011 si disputerà in Cina, la notizia risale allo scorso 26 gennaio. Il presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie A Berretta, dopo aver siglato un accordo da 10 milioni di euro con la United Vansen International, ha dichiarato entusiasta: «Saremo presenti in Cina per tre volte nei prossimi quattro anni, a partire da quest’anno a Pechino, portando il meglio del calcio italiano ad esibirsi su un palcoscenico tanto prestigioso, a testimonianza che le nostre squadre sono in grado di attrarre l’interesse del pubblico e degli sponsor». Ma perché il trofeo che viene messo in palio tra la squadra vincitrice dello Scudetto e la vincente della Coppa Italia si disputerà in Cina? Il sospetto è che sia necessario espatriare proprio perché non siamo più in grado di attrarre l’interesse del pubblico e degli sponsor.

Da parte cinese, oltre al guadagno legato all’organizzazione, l’obiettivo dichiarato è quello di cercare di far crescere il livello del proprio campionato e soprattutto della propria nazionale, dopo la modesta figura in Coppa d’Asia e gli scandali di corruzione del campionato che hanno azzerato i vertici federali.

Per la neonata Lega Nazionale Professionisti Serie A si tratta sicuramente di un successo notevole in quanto oltre al rientro economico immediato, potrebbe portare a un buon ritorno d’immagine in un paese popoloso e affamato di calcio come la Cina.

Non si tratta nemmeno della prima volta che la Supercoppa Italiana si disputa all’estero. Ideata nel 1988, già nel 1993, alla vigilia dei Mondiali americani, sbarcò a Washington dove il Robert F. Kennedy Memorial Stadium riempito a metà ospitò la vittoria del Milan sul Torino. Già da allora l’interesse del calcio-business firmato Matarrese (all’epoca presidente della lega calcio) e Berlusconi (presidente del Milan non ancora “sceso in campo” politicamente) era volto totalmente alla vendita dei diritti televisivi tralasciando totalmente gli interessi degli spettatori dal vivo. Negli anni Novanta quella trasferta americana, vissuta dalle squadre più come un peso che non un’opportunità, rimase un’eccezione. Nel nuovo millennio invece queste trasferte divennero più frequenti. Nel 2002 sulla scia degli investimenti di Gheddafi in Italia la Supercoppa italiana sbarcò in Libia allo stadio 11 Giugno. L’incontro fu vinto dalla Juventus, della quale il presidente libico aveva delle quote, sul Parma. L’anno successivo si ritornò negli Stati Uniti, questa volta al Giant Stadium di New York, nell’edizione vinta dalla Juve sul Milan ai rigori. Infine nel 2009 la Lazio sconfisse l’Inter nello Stadio di Pechino che aveva ospitato le Olimpiadi, il celebre Bird’s Nest. In generale non si può certo dire che queste trasferte abbiano elevato il prestigio della coppa.

La location esotica rafforzava piuttosto l’impressione di giocare una partita amichevole dal ricco cachet.  Sicuramente questa scelta ha risvegliato l’appetito dei grandi club. Alcuni giorni fa Adriano Galliani ha dichiarato “Noi in Cina vogliamo esserci” in un’intervista in cui l’enfasi sui vantaggi economici della trasferta cinese era tale da sembrare persino più importante della vittoria dello Scudetto o della Coppa Italia. Nel lungo periodo però la via cinese non è detto che si riveli vincente. La Lega Nazionale Professionisti Serie A ha offerto il proprio prodotto al miglior offerente senza – almeno per il momento – cercare di fare un investimento sul futuro di quella che appare tutt’oggi come una “tradizione sportiva inventata” assai debole. Più che degli Yuan cinesi la Supercoppa italiana avrebbe forse avuto un maggior bisogno di simboli identitari come uno stadio nazionale dove giocare una partita secca come in Inghilterra o di far disputare il trofeo in una partita d’andata e una di ritorno, come avviene in Spagna.

Difficilmente nei prossimi tre anni di Supercoppa italo-cinese il prestigio della competizione sarà cresciuto. Il timore è che Berretta stia cercando di rilanciare il calcio italiano all’estero senza però aver prima risolto i problemi interni. Non ha senso cercare di costruire un prodotto spendibile globalmente a discapito delle esigenze degli spettatori e dei tifosi italiani. Il nostro campionato era il più bello del mondo non solo perché vi giocavano i migliori giocatori ma anche perché gli stadi erano pieni, gli spalti erano colorati e gli striscioni irriverenti ma geniali. Oggi gli stadi sono semivuoti e il colore e le coreografie sempre più rare.

In un mondo dominato dalle televisioni, il pubblico degli stadi continuerà ad essere fondamentale; senza gli spalti pieni anche il “prodotto-calcio” rimarrà vuoto e un Milan-Inter o un Roma-Napoli giocato a Pechino non avrà mai lo stesso appeal del medesimo incontro giocato all’Olimpico, al Meazza o al San Paolo.