SPURS-HAMMERS: E’ DERBY PER LO STADIO OLIMPICO

Il futuro dello Stadio Olimpico di Londra è in bilico: West Ham e Tottenham sono in corsa.

Olympic StadiumLo stadio olimpico è, da sempre, il luogo simbolico ed iconico di ogni edizione delle Olimpiadi estive: si pensi al Bird’s Nest di Pechino che per milioni di persone è diventato l’immagine dei Giochi del 2008 superando un gioiello architetturale e tecnologico come il Water Cube. Tutte le città che preparano la loro candidatura per ospitare l’evento a Cinque Cerchi dedicano una particolare attenzione al progetto e alla presentazione dell’impianto destinato ad ospitare la Cerimonia di Apertura, il braciere olimpico e, spesso, le prove di Atletica. Da parte sua, il Comitato Olimpico Internazionale esercita notevoli pressioni perchè proprio questo impianto sia destinato a rimanere negli anni a perenne memoria dell’evento olimpico senza correre il rischio di trasformarsi in un cimitero degli elefanti ma come centro vitale dell’Olympic Legacy, l’eredità che i Giochi dovrebbero lasciare (oltre ai debiti) nelle città che li ospitano.

Per i progettisti di Londra 2012 l’impresa era ardua; nella capitale inglese non mancano i templi dello sport, dallo stadio di Wembley ricostruito completamente nel 2007 a Twickenham che è uscito lo scorso anno da un lifting completo, e difficilmente il nuovo Stadio Olimpico avrebbe in qualche modo potuto fare concorrenza a questi leggendari impianti. La via scelta è stata quella di passare alla storia con il primo esempio di sviluppo sostenibile di un complesso olimpico: si tratterà di un impianto modulare costituito da un primo anello permanente e interrato da circa 22.000 spettatori sormontato da una struttura temporanea in ferro e cemento da 55.000 spettatori costruita in modo da consentirne il riutilizzo in altri impianti al punto che, quando ancora erano in discussione le candidature per le Olimpiadi del 2016, si pensò addirittura di poter trasportare l’anello superiore per il suo montaggio nello Stadio Olimpico di Chicago. Pure con queste premesse, e un probabile futuro di casa dell’Atletica britannica, difficilmente l’uso del nuovo impianto sarebbe stato in grado di consentire la copertura dei costi. E’ per tale ragione che nel corso del 2010, la OPLC, l’organizzazione creata con la missione di massimizzare il ritorno post-Olimpiadi dei nuovi impianti, ha aperto una gara per raccogliere manifestazioni di interesse all’acquisto dello Stadio Olimpico.

David Gold e David Sullivan, nuovi proprietari del West Ham United, sono stati i primi ad esprimere un reale interesse. Da cento anni gli Hammers giocano al Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park, che negli anni Novanta ha subito un completo restauro che lo ha portato all’attuale capienza di 35.000 spettatori. Dopo le iniziali perplessità relative alla presenza della pista di atletica ad allontanare gli spettatori dal campo di gioco (una circostanza inusuale in Inghilterra), la dirigenza degli Hammers ha presentato un progetto che prevede la trasformazione in uno stadio da 60.000 posti  con i soli interventi, comunque necessari, per rendere operativo un impianto costruito per le Olimpiadi (aree sponsor da ricondizionare, assenza delle biglietterie,…). La proposta, che sposterebbe il campo del West Ham di  soli 3-4 chilometri verso occidente, è supportata dalla municipalità di Newham che finanzierebbe la società portando i fondi che, uniti ai proventi della vendita di Upton Park, dovrebbero essere sufficienti a coprire l’esborso previsto di 90-100 milioni di Euro. E’ proprio l’aspetto finanziario l’anello debole del dossier degli Hammers: non più tardi di un anno e mezzo la società di Newham era sull’orlo del fallimento e il rischio di una retrocessione in seconda divisione (la Championship) è reale in questa stagione nella quale, dopo 24 partite, il West Ham occupa l’ultimo posto in classifica.

Qualche settimana dopo la presentazione del progetto degli Hammers, è arrivata la notizia bomba della manifestazione di interesse da parte del Tottenham Hotspur: gli Spurs pensano in grande e aver ritrovato la Champions League dopo 49 anni ha portato l’entusiasmo alle stelle. Il centenario White Hart Lane che, dopo la ristrutturazione di fine anni novanta, può ospitare circa 36.000 spettatori sta stretto alle ambizioni dei dirigenti degli Spurs che da alcuni anni stanno pensando ad un nuovo stadio che possa rispondere alle richieste di una lista d’attesa di circa 25.000 nuovi spettatori. Il progetto, non ancora operativo, ha ormai assunto dimensioni faraoniche: stadio, sviluppi commerciali e residenziali, un costo stimato lievitato fino a 500 milioni di Euro. L’alternativa “olimpica” è, quindi, presa in considerazione per ridurre l’impatto finanziario sulla società e arriva come una bomba per almeno due ragioni; in una città come L0ndra dove ogni quartiere ha la sua squadra di calcio dalle tradizioni spesso centenarie, uno spostamento dello stadio di quindici chilometri è destinato a destabilizzare la geografia del tifo e della tradizione. Ma l’aspetto più sconvolgente della proposta della dirigenza del Tottenham è l’intenzione di radere al suolo lo Stadio Olimpico e ricostruire un nuovo stadio, destinato solo al calcio, da 60.000 posti. Come contentino ai difensori dell’idea di un impianto per l’Atletica, il dossier prevede un investimento per la ristrutturazione dell’impianto di Crystal Palace, tradizionale sede delle competizioni londinesi.

La proposta degli Spurs scalda gli animi: ha dalla sua il non indifferente aspetto della solidità economica favorita anche dall’ingresso nella gestione di un colosso dell’intrattenimento come AEG che è stato in grado di risollevare dal flop il Millenium Dome ma è contraria ad ogni concetto di Olympic Legacy. Potenti lobby si scatenano a supporto dell’una e dell’altra proposta. La famiglia “olimpica” supporta gli Hammers e riesce sotto la spinta degli ex-atleti Sebastian Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra 2012, e Tessa Sanderson a fare scendere in campo il ministro delle Olimpiadi, Tessa Jowell, e il presidente del CIO, Jacques Rogge mentre il presidente della IAAF, Lamine Diack, accusa preventivamente l’intera organizzazione di falsità nel caso non si arrivasse ad una soluzione che mantenga la pista. I calciofili si allineano con la proposta degli Spurs: si espongono Pelè e Jimmy Greaves, il supporto politico arriva, invece, dal sindaco di Londra, Boris Johnson. La decisione, attesa per il 28 gennaio, è stata ora posticipata al mese di marzo per la sua complessità mentre anche i supporter del Tottenham scendono in campo contro lo sradicamento degli Spurs dal loro tradizionale quartiere verso un territorio “nemico”.

Il traserimento renderebbe il Tottenham protagonista di uno “sgarbo” simile a quello che gli Spurs subirono quasi un secolo fa: nel 1913, il presidente del Woolwich Arsenal, con sede lungo le rive del Tamigi nella zona sud-orientale, decise di rilanciare il club portandolo in un’area con un maggiore bacino d’utenza. Propose dapprima una fusione o, in second’ordine, la condivisione del terreno di gioco con il Fulham e quando le sue proposte furono bocciate si mosse nel quartiere di Islington, nella zona settentrionale, invadendo l’area di influenza del Tottenham, scatenando le proteste degli Spurs e dando il la ad una delle più accese rivalità londinesi.

Ancora molte parole saranno spese prima della decisione finale che potrebbe, in ogni caso, ritornare ai piani originali di un impianto da 25.000 posti completamente dedicato all’Atletica.

Stadi di Londra

LA FORMULA 1 ISPIRA HOLLYWOOD: DUE NUOVI FILM SU AYRTON SENNA E JAMES HUNT

Il film documentario sulla vita di Ayrton Senna sarà nei cinema italiani dal 11 febbraio. Appena cominciata, invece, la lavorazione della fiction su James Hunt.

Ayrton SennaBisogna risalire al 1999, l’anno in cui è stato distribuito Operación Fangio”, film argentino di modesto rilievo sul rapimento di Juan Manuel Fangio da parte dei rivoluzionari castristi cubani nel 1958, per ritrovare la storia della Formula 1 nel cinema. Ma in queste settimane si è avuta la conferma della ripresa di interesse da parte degli studios internazionali sull’automobilismo d’antan, con l’annuncio di due film, un documentario e una fiction, su due campioni, dalle storie personali profondamente diverse, che hanno dominato la scena delle corse mondiali tra gli anni settanta e i novanta: il brasiliano Ayrton Senna e l’inglese James Hunt.

Il film documentario su Ayrton, distribuito dalla Universal Pictures e intitolato semplicemente “Senna”, è stato presentato il 26 gennaio, contemporaneamente al Bif&st di Bari e al Sundance Festival di Salt Lake City, dopo quasi due anni dall’inizio delle riprese. Con il conforto del World Cinema Award, conquistato proprio oggi al Sundance Festival, il film, made in UK, arriverà nelle sale italiane il prossimo 11 febbraio, prima di approdare alla versione dvd e blue ray un paio di mesi dopo. Accolto piuttosto bene dalla critica statunitense ed europea alle proiezioni in anteprima, è stato presentato la scorsa settimana dal trentottenne regista anglo indiano Asif Kapadia e dallo sceneggiatore e produttore Manesh Pandey, nel corso di in un’intervista al giornale online americano F1blog.com.

Asif Kapadia, specializzato in cortometraggi, ma con qualche lungometraggio di discreto successo nel curriculum, a suo ammettere era completamente a digiuno di Formula 1 e non aveva mai sentito nominare Ayrton Senna, fino alla primavera del 2006, quando gli è stato presentato il progetto proprio da Manesh Pandey. L’idea, che inizialmente doveva incentrarsi sul dualismo tra Ayrton Senna e Alain Prost, lo ha convinto a pieno; e per quattro anni la troupe si è immersa nel personaggio, visionando un immenso materiale d’archivio, messo a disposizione dall’associazione dei costruttori di Formula 1 di Bernie Ecclestone, dalla televisione brasiliana e dalla famiglia dello stesso Senna. Alla fine della lavorazione era stato partorito un film lungo cinque ore, forse più adatto a una serie televisiva, ma che per essere portato nelle sale, è stato inevitabilmente ridotto all’attuale durata di 104 minuti.

Con un’apprezzabile scelta di campo, Kapadia ha deciso di rendere protagoniste le immagini d’archivio e ha deliberatamente risparmiato il pubblico dagli stucchevoli stacchi con le interviste a mezzo busto, onnipresenti nei documentari di produzione americana. E a suo parere, tra le sequenze del film destano particolare emozione quelle della prima vittoria in patria di Senna al GP del Brasile del 1991, anche grazie alla colonna sonora del compositore brasiliano Antonio Pinto.

Notizie molto più essenziali arrivano invece sul film Shunt: The Story of James Hunt, annunciato lo scorso metà dicembre, sul pilota inglese James Hunt, campione mondiale nel 1976, playboy di fama internazionale (secondo l’omonima biografia di Tom Rubython, a cui il film si ispira, avrebbe avuto all’attivo cinquemila conquiste femminili), anticonformista, nonché amante della dolce vita e degli eccessi, morto per un arresto cardiaco nel 1993 a quarantacinque anni. La sua parte dovrebbe essere affidata al giovanissimo attore inglese Alex Pettyfer, mentre la produzione porterebbe la targa della Dreamworks di Steven Spielberg, che ha acquisito per l’occasione i diritti sulla biografia di Tom Rubython.

ALLA SCOPERTA DELL’UDINESE AMMAZZAGRANDI

Nel giro di una settimana ha sconfitto Juventus ed Inter. Nel corso del campionato aveva già sconfitto il Napoli (oggi secondo) e pareggiato a San Siro col Milan capolista per 4 a 4. Parliamo dell’Udinese.

Totò Di NataleNel giro di una settimana ha sconfitto Juventus ed Inter. Nel corso del campionato aveva già sconfitto il Napoli (oggi secondo) e pareggiato a San Siro col Milan capolista per 4 a 4. Stiamo parlando dell’Udinese, squadra che dopo l’importantissima vittoria di Torino si trova ora in sesta posizione, a due soli punti da una zona Champions che non è poi così un miraggio.

Parliamone, allora, di questa macchina costruita da Guidolin. Perché l’undici di base è ben definito e i meccanismi piuttosto chiari. Riuscendo a raccogliere risultati così importanti, poi, vale proprio la pena analizzare un po’ come stiano le cose in quel di Udine.

In Friuli il mister di Castelfranco Veneto sta impostando un 3-5-2 piuttosto quadrato capace di mettere in difficoltà un po’ tutti gli avversari grazie ad un mix di grinta, rapidità e talento davvero importante. Partiamo dalla difesa, quindi. Dove possiamo trovare tre uomini schierati a protezione del solito Handanovic, ormai alla quarta stagione da titolare in Friuli: Benatia, Zapata e Domizzi, schierati con il colombiano come centrale posto un paio di metri dietro ai due compagni. E proprio il ragazzo di Padilla è colui che con la sua esperienza, a fronte dell’ancor pur giovane età, è deputato a guidare l’intero reparto.

Detto del reparto arretrato passiamo quindi in mediana. Al centro del campo si schierano infatti tre giocatori deputati ad effettuare tre lavori specificatamente diversi: se Inler è il motorino di un centrocampo che gira grazie al suo dinamismo ma, soprattutto, attorno alle sue giocate e seguendo il tempo che proprio da lui è dettato, Pinzi è invece il soldatino infaticabile che effettua un importantissimo doppio lavoro, andando tanto a pressare alto le fonti di gioco avversarie quanto a tamponare le incursioni sulla propria trequarti campo. Chiude il lotto quel Kwadwo Asamoah che è invece un po’ il tuttofare del reparto: abbinando qualità e quantità, infatti, l’ex Liberty Professional contribuisce a dare nerbo al proprio centrocampo addizionando anche un lavoro importante in fase offensiva, dove sa spesso rendersi anche pericoloso grazie ad una discreta castagna e a tempi d’inserimento piuttosto buoni.

I giocatori chiave di questa Udinese guidoliniana non sono però quelli sin qui citati, che pur importanti non rivestono il ruolo centrale dei tre che vado a presentare ora: Armero, Isla e Sanchez.

Se i primi due contribuiscono, con il loro lavoro instancabile, a cucire i tre reparti infoltendo la linea di retroguardia quanto dando un’opzione in più in fase di possesso il terzo è il giocatore capace di sparigliare le carte in tavola, inventandosi la giocata risolutiva quanto piazzando l’accelerazione decisiva al momento giusto. Ma vediamo le cose più nel concreto: Armero ed Isla, due giocatori che in altri contesti potrebbero forse apparire solo onesti mestieranti del pallone, ricoprono in quest’intelaiatura un’importanza centrale. Dotati di un atletismo realmente importante, infatti, sanno coprire tutta la fascia senza colpo ferire, andando quindi tanto ad infoltire la retroguardia in fase di non possesso, allor quando schiacciandosi in linea con Domizzi, Zapata e Benatia possono trasformare la difesa in una linea a cinque, quanto a risultare determinanti in fase di possesso, sapendo scendere come treni per mettere in mezzo palloni importanti. Un po’ come quello del definitivo due a uno sulla Juventus di domenica sera. Ma non solo: sempre restando alla partita di Torino va detto che i due possono risultare importanti anche quando cercano di giocare quanto più larghi che mai, finanche proprio a ridosso della linea laterale, per provare ad aprire il più possibile la squadra avversaria, con i terzini altrui costretti a loro volta ad allargarsi per cercare di controllarli, andando quindi spesso a creare falle centrali importanti. Fondamentale anche il gioco di Sanchez, che abbinando una rapidità superlativa ad una creatività rara sa essere quell’uomo capace di andare tanto a giocare tra le linee quanto a svariare sulla fascia per trovare il varco giusto.

Chiude quest’undici che sta tornando a far sognare il pubblico del Friuli capitan Totò Di Natale, che dopo aver rifiutato in estate il passaggio proprio alla Juventus sta disputando un ennesimo campionato su livelli stratosferici. Prima punta atipica, Di Natale abbina rapidità, esperienza e fiuto del goal in un mix unico e letale che si è tradotto nelle quindici reti realizzate sino ad oggi dal bomber di Napoli.

Fin dove possa arrivare, questa squadra, non è dato saperlo. Di certo finché le cose gireranno come sta accadendo ultimamente nessun traguardo sarà impossibile. Certo non quel quarto posto che sembra oggi realmente a portata di mano e che sarà sicuramente raggiungibile se l’undici di Guidolin continuerà a marciare sulla strada sino ad oggi intrapresa.

PAOLO FORNACIARI, CUORE DI GREGARIO

Dai successi tra i dilettanti al treno di Re Leone: un profilo di Paolo Fornaciari, quindici anni da gregario di lusso

Paolo FornaciariFilastrocca del gregario
corridore proletario,
che ai campioni di mestiere
deve far da cameriere,
e sul piatto, senza gloria,
serve loro la vittoria
.

Ci sono quei corridori che vincono e stravincono, sempre sul podio o a caccia di tappe, di classiche, di grandi giri. E ci sono quei corridori che aiutano a vincere e a stravincere, ad andare sul podio e a caccia di tappe, di classiche, di grandi giri. Il termine che identifica questo genere di atleti è “gregario”, già in uso nell’antica Roma per indicare i soldati semplici privi di gradi. Il grande Gianni Rodari, con la filastrocca riportata sopra, li ha definiti meglio di moltissimi esperti di ciclismo. E in questa definizione rientra appieno Paolo Fornaciari. Il nome sarà forse noto solo a qualche vero appassionato delle due ruote, proprio perché il “lavoro oscuro” è stata la sua forza, come quella di tutti i gregari.

Paolo Fornaciari nasce nella splendida Viareggio il 2 febbraio 1971, figlio di Mario e Graziella. La Toscana è da sempre terra di ciclisti, per le sue colline verdeggianti alternate a interminabili pianure: il ragazzo non fa eccezione, e a 7 anni inizia a gareggiare tra i giovanissimi con la maglia dell’U.C. Stiava, cogliendo qualcosa come 100 vittorie in cinque anni di gare. Il salto di categoria, prima tra gli esordienti e poi tra gli allievi, non gli fa perdere la mentalità vincente, visto che il Fornaciari in divisa U.S. Versilia porta a casa 75 successi spalmati su quattro stagioni. Dal 1988 al 1992 gareggia poi con i colori del G.S. Bottegone, squadra dell’entroterra pistoiese, dove trova un grande feeling con la gente del paese e con il presidente della società Renzo Bardelli. Del resto, Paolo è un toscano a tutti gli effetti: cresciuto col mito di Gino Bartali, ha un carattere schietto e guascone, che non può non renderlo simpatico ai più. I successi diminuiscono di numero ma sono di grande qualità, considerando le difficoltà delle categorie juniores e dilettanti: fa suo un durissimo Giro del Casentino, vince il campionato regionale toscano, fa parte del quartetto che trionfa ai Mondiali Militari in Olanda nel 1990 e sfiora il Mondiale juniores di Mosca 1988, raggiunto ai 3 km dal traguardo dopo un’interminabile fuga con vista sul Cremlino. In quegli anni i suoi duelli con Michele Bartoli e Francesco Casagrande, altre gemme del ciclismo toscano, riempiono le pagine dei quotidiani locali, convinti che queste tre stelle regaleranno grandissime soddisfazioni anche tra i professionisti.

A ventuno anno, Fornaciari firma per la Mercatone Uno diretta da Antonio Salutini e Flavio Miozzo: prima uno stage e poi questa squadra, che dal 1996 cambierà il main sponsor in Saeco, sarà casa sua dal 1993 al 1998. Proprio il team manager Salutini, toscano come lui, gli fa capire che potrà avere una lunga carriera al servizio dei compagni: qui avviene il cambiamento, qui il Fornaciari vincente delle categorie giovanili diventa il Fornaciari “gregario d’oro” che passerà in un lampo dalla testa alla coda del gruppo, dal tirare a ritmi forsennati al recuperare borracce e panini, sorridendo e scherzando, magari discutendo con qualche moto della carovana troppo vicina ai corridori (anche se il ruolo di “Brontolo” ufficiale del gruppo in quegli anni spettava a Fabio Baldato e Roberto Conti). Corre al fianco degli stessi Bartoli e Casagrande, oltre che del veloce Martinello, e fa sempre il suo lavoro con grande professionalità: che ci sia da recuperare sui fuggitivi o da essere il primo ad attaccare, da tirare una volata o da prendere le prime rampe di una salita a tutta, lui c’è, e viene rispettato e stimato da tutti per la sua propensione al sacrificio, oltre che per la sua simpatia. Nel 1994 arriva anche l’unico successo tra i professionisti: una tappa all’Herald Sun Tour, in Australia, sotto un caldo infernale, al termine di una fuga infinita. Valente passista col fisico da corazziere (191 cm x 80 kg, quando la buona cucina non lo tradisce), è al fianco di Ivan Gotti che vince il Giro d’Italia 1998, ed è uno degli immancabili componenti del “treno rosso” che lancia gli sprint del Re Leone Cipollini. Nel 1999 passa alla Mapei di patron Squinzi, dove ritrova Michele Bartoli, Paolo Bettini e Andrea Tafi: l’atleta di Fucecchio si aggiudica la Parigi-Roubaix di quell’anno anche grazie alla straordinaria prova dello stesso Fornaciari, che marca a uomo i suoi rivali e che lo “protegge” sino agli ultimissimi chilometri. Poi, sempre più esperto e sempre più gregario, torna alla Saeco nel 2003: il team, diretto da Giuseppe Martinelli, si fonde con la Lampre nel 2006 e sarà l’ultima squadra di Fornaciari. Gilberto Simoni (Giro d’Italia 2003) e Damiano Cunego, vincitore della corsa rosa l’anno successivo, possono contare sull’immortale “Forna”, pedina preziosissima per i loro successi, soprattutto nelle lunghe tappe di pianura dove occorre far girare le gambe a ritmi forsennati per tenere compatto il plotone. Non è raro vedere il toscano all’attacco in alcune frazioni dei grandi giri, per fare in modo che i suoi compagni possano stare al riparo nella pancia del gruppo principale.

Nel 2008, a 37 anni suonati, Paolo decide che è il momento di appendere la bicicletta al chiodo, dopo sedici stagioni di gioie e sacrifici, con la partecipazione ad undici edizioni del Giro d’Italia, 5 Tour de France, 4 Vuelta, 10 Gand-Wevelgem e 8 Parigi-Roubaix, tanto per fornire qualche numero indicativo.

Nella “su ‘asa” di Buggiano, dove risiede da molti anni a questa parte,, si dedica a smontare e rimontare motorini e a leggere i libri di Ken Follett: a differenza di molti colleghi, non resta nell’ambiente delle due ruote, ma, anche per rimanere vicino alla moglie Maddalena e alle figlie Greta ed Arianna, apre una gelateria in paese, mettendo a frutto le sue ottime abilità culinarie che, a causa della ferrea dieta dei ciclisti, venivano di molto limitate durante le stagioni in bici. Stranamente, la bottega si chiama “Ultimo Kilometro” ed è simboleggiata da un triangolo rosso, proprio come il segnale che contraddistingue gli ultimi mille metri di una corsa ciclistica. Perché corridori si resta sempre, anche quando si è scesi di sella.

WCL III: SALVEZZA SOFFERTA, SALVEZZA MERITATA

La Nazionale di Cricket raggiunge la salvezza alla penultima giornata nella World Cricket League III Division

PetricolaQuella del cricket sarà anche la squadra più multietnica fra le nazionali italiane, ma il suo multiculturalismo non si riflette di certo nelle sue prestazioni che tendono semmai a confermare uno dei più celebri stereotipi legati alla mitologia del nostro Stivale, ovvero: raggiungere gli obiettivi prefissi solo dopo estreme sofferenze e attraverso i percorsi più difficili. Un mito nato nella prima guerra mondiale e rafforzato dalle prestazioni della nazionale di calcio nel 1982 e nel 2006.

Dopo la prima benaugurante vittoria con la Danimarca e la sconfitta di misura con Papua, gli azzurri sono incappati in due sconfitte beffarde contro l’Oman e Hong Kong. In entrambe le partite, quando il risultato sembrava ormai acquisito, è sopraggiunta una sorta di paura di vincere che ha portato mediocri battitori a indovinare le giocate della vita capaci di capovolgere l’esito dell’incontro. All’ultimo appello però, nello scontro salvezza contro gli Stati Uniti, gli azzurri hanno scacciato ogni timore portando a casa la meritata salvezza, ottenuta grazie al migliore net run rate (in gergo calcistico può essere paragonato alla differenza reti). In questo senso si è rivelata decisiva la partita contro Papua Nuova Guinea in cui gli americani sono stati umiliati; tutti eliminati a sole 44 runs dopo 20 overs mentre gli italiani hanno venduto cara la pelle.

Domani si giocherà contro l’Oman una partita pressoché inutile. Sarà però l’occasione per vedere all’opera uno dei migliori battitori del campionato, Thushara Kurukulasuriya e il prospetto, Roshendra Abewikrama.

ITALIA – STATI UNITI
Italia vince di 4 wicket
Stati Uniti 222-8, 50 overs / Italia 225-6, 47 overs

La scelta di iniziare al lancio si rivela decisiva. Gli Stati Uniti in cinquanta overs raggiungono una quota importante, 222; sono soprattutto Alaud Din, Munasinghe e Northcote a limitare le corse degli americani, mentre Petricola conclude il primo inning con ben quatto wicket e un catch.

In battuta l’inizio non è dei più promettenti dopo 13.3 overs quattro dei nostri migliori battitori sono già stati eliminati: Northcote (13 runs) Damian Fernando (17) Bonora (10) Crowley (2). In questa delicata fase è bravo Petricola (69 not out) a non prendersi rischi che avrebbero potuto compromettere l’incontro. L’italo-australiano, in partnership con Patrizi, trova una splendida intesa che produce 102 runs e rimette in carreggiata gli azzurri. Dopo l’eliminazione di Patrizi è Michael Raso con, il suo gioco aggressivo, a prendere punti pesanti per chiudere l’incontro portando, con 38 runs in 29 palle, gli azzurri a quota 217, a sole 5 runs dalla vittoria. Con i compagni di squadra oltre ai boundary già pronti a festeggiare, Petricola e Jayasena chiudono la pratica. Gli ambiziosi Stati Uniti si devono arrendere alla nostra nazionale che, dopo essersi enormemente complicata la vita, raggiunge la meritata salvezza.

Papua Nuova Guinea e Hong Kong sono promossi in seconda divisione, Danimarca e Stati Uniti scendono in quarta.

CLASSIFICA
Giocate vinte perse PT Net RR
PAPUA NUOVA GUINEA 5 4 1 8 1.114
HONG KONG
5 3 2 6 0.833
OMAN 5 3 2 6 0,077
ITALIA 5 2 3 4 -0.004
STATI UNITI
5 2 3 4 -0.661
DANIMARCA 5 1 4 2 -1.503