PALLANUOTO: ANCHE IL SETTEBELLO VA IN SEMIFINALE

Agli Europei di Zagabria l’Italia batte la Germania (6-2) ed è in semifinale contro l’Ungheria.

Li avevamo già battuti un mese fa, i tedeschi. Ma era la finale dell’Otto Nazioni di Siracusa, torneo che serviva come preparazione agli Europei. Stavolta in palio c’era un traguardo ben più prestigioso: la semifinale continentale e, con essa, la qualificazione agli Europei del 2012. E l’Italia impartisce una lezione ancor più severa (6-2) ai solidi tedeschi allenati da Hagen Stamm, nerboruti marcantoni a cui, però, mancano ancora la cattiveria e l’intraprendenza da grande squadra. Nove anni dopo, siamo nuovamente in semifinale ad un Europeo con identico avversario, l’Ungheria. E proprio al 2001 risale l’ultima medaglia azzurra: allora conquistammo l’argento. Allora, come oggi, l’allenatore del Settebello rispondeva al nome di Sandro Campagna.

Specialmente nella prima frazione, la sfida tra Italia e Germania è un duello tra difese serrate: gli azzurri, per limitare la maggior potenza fisica dei tedeschi, ricorrono ad una zona che non lascia arrivare palloni a Schlotterbeck; dall’altra parte Čigir’ è un custode attento nel chiudere lo specchio alle conclusioni di Presciutti (superiorità numerica) e Figlioli, che poi supera il portiere di origini russe ma non il palo. Gli va meglio poco dopo, quando il primo tempo volge oramai al termine: il centrovasca naturalizzato prende palla dalla lunga distanza e castiga Čigir’ sul palo più lontano con una conclusione fulminea. Se i primi sette minuti non offrono grandi emozioni, gli ultimi sessanta secondi sono i più divertenti: Oeler riequilibra il risultato in superiorità numerica, poi Deserti costringe Real al fallo da rigore. Non si presenta lo specialista Figlioli, finora mai a segno dai cinque metri, e nemmeno Felugo, messo ko da un colpo alla mano destra (per lui l’Europeo finisce qui e, come da regolamento, non potrà essere sostituito): a battere il rigore è il giovane Luongo, una delle sorprese più belle di questo Europeo, che realizza con la freddezza di un veterano. Stessa sinfonia nel secondo quarto: si lotta incessantemente sui due metri, spesso i rispettivi centroboa commettono fallo in attacco e le occasioni da rete latitano. A rompere la monotonia è Deserti che compie la sua seconda prodezza giornaliera, facendo cadere nuovamente Real nella trappola del fallo da rigore: questa volta batte Figlioli ed il cecchino di origini australiane si sblocca, infilando Čigir’ proprio sopra la testa. Per più di tre minuti l’Italia mantiene immacolata la propria porta, fino a quando Bukowski non viene lasciato colpevolmente nelle condizioni di fintare, prendere la mira e battere l’attento Tempesti. La Germania rimane in partita, in scia ad un Settebello al quale tuttavia non causa particolari grattacapi. Come nel primo tempo, gli azzurri segnano un altro gol pesante allo scorrere dei titoli di coda: Presciutti si alza dai cinque metri e la sua bordata colpisce prima il palo e poi la testa di Čigir’, finendo la sua corsa in porta. La Germania, frattanto, sparisce dallo specchio d’acqua di Zagabria dopo il gol di Bukowksi: nei restanti sedici minuti non infilerà più alcun pallone alle spalle di Tempesti, sulle cui braccia sbattono ripetutamente le conclusioni dei tiratori tedeschi. L’Italia non ha alcun interesse a giocare su ritmi forsennati e si limita così ad amministrare il vantaggio: il bottino viene rimpinguato con i gol di Aicardi nel terzo tempo – uno schema in superiorità numerica eseguito magistralmente – e di Gallo nell’ultima frazione. È semifinale, con il minimo sforzo, ma ci mancherà Felugo. Peschiamo un’Ungheria non più imbattibile come nei passati due lustri: l’ultima volta che li abbiamo affrontati in semifinale fu nel 2001, a Budapest. Già allora era il Settebello di Sandro Campagna, che fece piangere lacrime amare al pubblico della “Alfréd Hajós”, ciecamente convinto della vittoria dei propri beniamini. Guarda caso, dall’altra parte c’erano, allora come oggi, Croazia e Serbia…

In chiusura un dato che deve inorgoglirci: a Zagabria siamo l’unico paese ad essere arrivato in semifinale con ambo le formazioni, maschile e femminile. E le selezioni Juniores ’93 hanno vinto recentemente i rispettivi campionati Europei. Che sia, davvero, l’anno della rinascita per la pallanuoto italiana?

Mercoledì 7 settembre 2010

ITALIA-GERMANIA 6-2 (2-1, 2-1, 1-0, 1-0)

Mladost Sports Center, Zagabria

ITALIA: Tempesti, Gallo 1, Felugo, Gitto, Figlioli 2, Presciutti 1, Aicardi 1; Pastorino, Luongo 1, Bertoli, Giacoppo, Fiorentini, Deserti. All. Campagna.

GERMANIA: Čigir’, Marko Stamm, Schroedter, Kreuzmann, Oeler 1, Politze, Schlotterbeck; Kong, Naroska, Real, Bukowksi 1, Schüler, Rößing. All. Hagen Stamm.

ARBITRI: Borrell (Spagna) e Stavridis (Grecia).

NOTE: superiorità numeriche Italia 2/3, Germania 1/4.

Simone Pierotti

PALLANUOTO: ITALIA KO, CROAZIA IN SEMIFINALE

Il Settebello incappa nella prima sconfitta (8-5) agli Europei di Zagabria: va ai quarti, dove affronterà la Germania.

Peccato. Proprio sul più bello, proprio al crocevia tra quarti e semifinali, il Settebello conosce per la prima volta l’amaro sapore della sconfitta agli Europei di Zagabria. Sconfitta che arriva al cospetto della Croazia padrona di casa, supportata da un esercito di 5mila tifosi, che ci aggancia al primo posto in classifica ma, in virtù della vittoria nello scontro diretto, si qualifica direttamente in semifinale al posto degli azzurri. Che, invece, la semifinale dovranno guadagnarsela superando lo scoglio della Germania. Ma la battuta d’arresto subita per mano dei croati non può e non deve inficiare quanto di buono fatto dal Settebello che anche questa sera ha dimostrato di potersela giocare ad armi pari con chiunque.

Il pubblico del Mladost Sports Center carica i suoi beniamini e fischia gli azzurri quando sono in possesso palla. Ma, almeno nelle battute iniziali, il Settebello pare non sentirci da quell’orecchio. Perché Felugo sblocca il risultato dopo due minuti con una deliziosa palombella che Pavić non può proprio fermare. L’Italia, tuttavia, festeggia per pochissimo tempo: in superiorità numerica i croati pareggiano con la stella Bošković – con il mancino Joković che attira su di sé la difesa per poi cedere palla al compagno – e poi passano in vantaggio con una prodezza del ventenne Sandro Sukno,  in gol proprio sotto gli occhi di papà Goran. E, a poco più di due minuti dal termine, il destro di Muslim ci castiga ancora, portando la Croazia al massimo vantaggio. L’Italia spreca nella stessa azione, in superiorità numerica, due occasioni con Figlioli e Luongo: il giovane ex Sori, comunque, si fa perdonare in men che non si dica con un gran diagonale. Il Settebello, insomma, c’è. Va ancor meglio nel secondo parziale: è vero che gli azzurri fanno una fatica immane a schierarsi in attacco e a rendersi pericolosi, ma la difesa esegue alla perfezione il proprio compito, sbarrando i varchi ai cecchini croati. Per i rispettivi centroboa è una notte da vacche magre: Dobud e Hinić si vedono puntualmente soffiare sotto il naso i palloni che i compagni recapitano a loro, Aicardi e Deserti soccombono davanti alla fisicità di Burić e Buslje e al lassismo dei due arbitri. Menomale che Gallo guadagna fallo dai cinque metri e scarica sotto la traversa, cogliendo di sorpresa un disattento Pavić. Sull’altra sponda, però, pare essersi risvegliato il talento di Sandro Sukno che va ancora a segno in superiorità numerica: il genietto dello Jug Dubrovnik è un giocatore troppo pericoloso per essere lasciato così solo e in condizione di fare tutte quelle finte. Ma l’Italia riesce ancora a pareggiare: la controfuga sprecata da Burić, con miracolo prodigioso di Tempesti, si trasforma in un rovesciamento di fronte che Presciutti non spreca siglando il 4-4.

Quanto di buono fatto vedere dal Settebello finora, però, svanisce come per sortilegio nella terza frazione: Joković finta la conclusione e serve Dobud che, sul dorso, infila in rete con un tocco leggero ma efficace, favorito da una disattenzione della difesa italiana. Felugo dalla lunga distanza – gran gol il suo – tiene a galla il Settebello. Che successivamente inizia ad affondare: Joković infila Tempesti proprio nell’angolo che il custode recchelino non riesce a coprire e poi Sukno conferma di essere in serata di grazia siglando il suo terzo gol in altrettante situazioni di superiorità numerica. Mancano tre minuti alla fine del parziale: mentre la Croazia in attacco ci punisce appena ne ha l’opportunità, in difesa fa valere centimetri e kilogrammi in più tenendoci a debita distanza dalla porta di Pavić, che si fa sempre più piccola. La coppia arbitrale ci rimette in carreggiata: l’israeliano Levin dice che Buljubasić deve accomodarsi nel pozzetto, il collega turco Tulga indica invece l’8 di Buslje. Morale della favola: i giocatori croati non capiscono chi debba scontare i venti secondi di penalità e Tulga assegna un rigore all’Italia. Dai cinque metri Figlioli conferma che la sua mano destra non è in vena di prodezze e spara addosso a Pavić che poi salva su un autentico rigore in movimento di Aicardi, con la Croazia costretta a difendere con ben due uomini in meno. Tempesti fa altrettanto su Dobud, ma poi si arrende al micidiale tiro a schizzo scagliato da Muslim nell’ultimo minuto. Nel quarto parziale non succede nulla: l’Italia si conferma ermetica in difesa, specialmente a uomini pari, e per contro assolutamente innocua in attacco (1/7 il dato finale delle superiorità numeriche). Per la prima volta dopo quattro vittorie – e che vittorie! – ci può anche stare. C’è tutto il tempo di preparare il delicato quarto di finale contro la Germania, squadra solida ma decisamente meno pericolosa della Serbia, l’altra nazionale del girone B costretta a passare dai quarti. Per dirla con le belle parole di Joe Biden, vicepresidente USA, “non importa quante volte cadi, quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi”.

Domenica 5 settembre 2010

ITALIA-CROAZIA 5-8 (2-3, 2-1, 1-4, 0-0)

Mladost Sports Center, Zagabria

ITALIA: Tempesti, Gallo 1, Felugo 2, Gitto, Figlioli, Presciutti 1, Aicardi; Pastorino, Luongo 1, Bertoli, Giacoppo, Fiorentini, Deserti. All. Campagna.

CROAZIA: Pavić, Joković 1, Bošković 1, Burić, Barač, Sukno 3, Dobud 1; Muslim 2, Karač, Buslje, Hinić, Obradović, Buljubasić. All. Rudić.

ARBITRI: Tulga (Turchia) e Levin (Israele).

NOTE: superiorità numeriche Italia 1/7, Croazia 4/8. Uscito per limite di falli Buslje (C) a 5’24” del terzo tempo. Pavić (C) para un rigore a Figlioli a 5’24” del terzo tempo. Spettatori 5mila.

Simone Pierotti

PALLANUOTO: I CONVOCATI PER ZAGABRIA

Ecco i nomi dei pallanotisti e delle pallanotiste italiani che difenderanno i nostri colori a Zagabria.

A pochi giorni dall’inizio degli Europei di Zagabria, i commissari tecnici Alessandro Campagna (Settebello) e Roberto Fiori (Setterosa) hanno diramato le convocazioni per la massima competizione continentale, in programma dal 29 agosto all’11 settembre. Da sottolineare come entrambi i tecnici abbiano deciso di voltare bruscamente pagina, rivoluzionando le loro nazionali rispetto ai Mondiali di nuoto di Roma di un anno fa. Tante le (giovani) novità, soprattutto in campo maschile.

Alessandro Campagna ha convocato i seguenti giocatori: Niccolò Gitto e Christian Presciutti (Brixia Leonessa Brescia), Zeno Bertoli e Valentino Gallo (CN Posillipo), Matteo Aicardi, Deni Fiorentini, Massimo Giacoppo e Giacomo Pastorino (Carisa RN Savona), Maurizio Felugo, Pietro Figlioli e Stefano Tempesti (Pro Recco), Arnaldo Deserti (RN Bogliasco) e Stefano Luongo (RN Sori). Rispetto a Roma, dunque, più esperienza e meno gioventù in porta – Pastorino al posto di Tommaso Negri – mentre sono ormai usciti dal giro della nazionale Buonocore, Alessandro Calcaterra (aveva annunciato il suo ritiro dal Settebello), Goran Fiorentini e Mistrangelo. Assente, invece, per squalifica Mangiante. Tra i giovani non sono poi stati confermati rispetto ad un anno fa Figari, Giorgetti e Rizzo, uno dei più positivi nel naufragio azzurro. Una curiosità: Goran Fiorentini viene sostituito dal fratello minore Deni che, qualche anno fa, fu convocato con la nazionale croata (i due fratelli, infatti, sono nati a Spalato da padre croato – il secondo cognome è Jovanović – e madre italiana). Il Settebello sarà in acqua già domenica: il debutto è contro la Spagna.

Tante giovani anche nel Setterosa: Roberto Fiori si affida al gruppo che conquistò l’oro europeo ai campionati Juniores per sperare nel miracolo. Le convocate: Giulia Emmolo e Giulia Gorlero (RN Imperia), Simona Abbate, Elena Gigli, Teresa Frassinetti, Aleksandra Cotti e Elisa Casanova (Fiorentina Waterpolo), Arianna Garibotti e Federica Radicchi (Orizzonte Catania), Federica Rocco (Plebiscito Padova), Silvia Motta (Varese Olona Nuoto), Rosaria Aiello (CC Ortigia) e Roberta Bianconi (Rapallo Nuoto). Con l’addio di Bosurgi, Di Mario, Gay e Lavorini non ci sono più reduci dello storico gruppo allenato da Formiconi che vinse Mondiali ed Europei e persino il titolo olimpico. Il Setterosa debutta martedì 31 agosto contro la Grecia.

Simone Pierotti

LA PRIMA GUERRA DELLA PALLANUOTO

Gli innumerevoli conflitti nei Balcani vissuti attraverso uno degli sport più popolari della regione: la pallanuoto.

Quando, nel 1926, si svolsero a Budapest i primi campionati europei riservati agli sport acquatici, la Jugoslavia era un’unica entità nazionale: all’epoca si chiamava Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni ed inglobava anche gli attuali territori di Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Montenegro. Di lì a tre anni sarebbe diventato, più semplicemente, Regno di Jugoslavia. La prima medaglia della nazionale di pallanuoto, tuttavia, arriva solamente nel 1950 ed è un bronzo: nel frattempo è nuovamente cambiata la situazione sul piano geopolitico. Pochi mesi dopo la conclusione della seconda Guerra Mondiale, infatti, era stata proclamata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, anche se la transizione dalla monarchia alla nuova forma di governo era già avvenuta negli anni precedenti.

Una volta conquistato il bronzo a Vienna – strano scherzo del destino, giacché parte dei territori jugoslavi erano stati, un tempo, sotto il dominio dell’impero austro-ungarico -, la nazionale di pallanuoto siede fin da subito al tavolo delle grandi del Vecchio Continente: il settebello slavo salirà sul podio per ben otto edizioni consecutive, portando a casa quattro medaglie d’argento. Quasi sempre la squadra deve cedere il passo alle altre due potenze pallanotistiche d’Oltrecortina, Ungheria ed Unione Sovietica, ma si vede che manca poco per compiere il salto definitivo.

I primi successi. Negli anni Ottanta, quando iniziano i primi fermenti nazionalisti in seguito alla morte del maresciallo Tito, la Jugoslavia raggiunge finalmente l’apice sotto la guida del santone Ratko Rudić (nella foto a destra): ben due ori olimpici (1984 e 1988, entrambi conquistati ai danni degli Stati Uniti) ed il primo trionfo mondiale, nel 1986 a Madrid con una vittoria all’ultimo secondo sull’Italia. Ed è proprio sulla panchina del Settebello che andrà Rudić, lasciando spazio a Nikola Stamenić. Il nuovo allenatore si guadagna subito la stima dei vertici federali, vincendo nel gennaio 1991 i Mondiali a Perth: in finale la Jugoslavia supera di misura (9-8) la nascente Spagna dei vari Estiarte, Rollán e Sans. La forza della nazionale si basa tutta su due blocchi, quello serbo e quello croato, con il montenegrino Mirko Vičević, protagonista in Italia con la calottina del Savona, come unica eccezione.

Ma, proprio quando sembra che la nazionale balcanica non abbia avversari in grado di contrastarla, ecco piovere dal cielo una nuova tegola: la vittoria, avvenuta l’anno precedente, dei partiti anticomunisti di Jože Pučnik in Slovenia e, soprattutto, di Franjo Tuđman in Croazia. Iniziano le prime rivendicazioni di indipendenza, la situazione precipita e nell’estate del 1991 le autorità sportive croata e slovena proibiscono ai loro atleti di partecipare alle varie competizioni con la selezione jugoslava. Di lì a pochi giorni si aprono gli Europei ad Atene e la squadra di Stamenić, fresca vincitrice del Mondiale, deve rinunciare a cinque pezzi pregiati come Mislav Bezmalinović, Perica Bukić (oggi presidente della federpallanuoto croata), Ranko Posinković, Dubravko Šimenc e persino Ante Vasović, padre serbo e madre croata, appiedato dal suo club, lo Jadran Spalato. I sostituti, comunque, si rivelano all’altezza della situazione e la Jugoslavia sale per la prima volta sul tetto d’Europa: pochi mesi dopo Perth, in finale è nuovamente duello con la Spagna, battuta ancora una volta sul filo di lana (11-10). Croazia e Slovenia si separano. È, comunque, il canto del cigno della nazionale della Jugoslavia unita, giacché l’anno successivo nessuna delle selezioni balcaniche figurerà tra le partecipanti ai Giochi olimpici di Barcellona dove, peraltro, arrivano in finale due allenatori croati: da una parte Ratko Rudić sulla panchina dell’Italia, dall’altra Dragan Matutinović su quella della Spagna. Nel frattempo scoppia la guerra nei Balcani e Bosnia, Croazia, Macedonia e Slovenia ottengono l’agognata indipendenza: la vecchia Jugoslavia di Tito si sgretola, dalla bandiera viene rimossa la celebre stella rossa e a rappresentare la vecchia repubblica federale restano solo Serbia, Montenegro e Kosovo. La nuova nazionale, che rimane sotto la guida di Stamenić, soffre il definitivo addio della componente croata ed impiega qualche anno per rimettere al proprio posto i suoi pezzi: nel 1997, agli Europei di Siviglia, deve accontentarsi dell’argento e l’anno successivo finisce terza ai Mondiali di Perth. Inizia il nuovo millennio e, a dieci anni esatti dal primo trionfo continentale, la Jugoslavia torna nuovamente a dettar legge: chiusa la lunga era di Stamenić, è Nenad Manojlović il nuovo selezionatore. A Budapest serbi e montenegrini battono in finale l’Italia del nuovo corso di Sandro Campagna, che ha preso il posto di Rudic: l’argento in terra magiara rimane, tuttora, l’ultimo podio del Settebello agli Europei.

La battaglia di Kranj. Sebbene gli anni Novanta siano stati quelli che hanno deciso in via definitiva le sorti dei Balcani, è nella successiva decade che sport e politica incrociano maggiormente le loro strade. Lo scenario “perfetto” è quello disegnato dagli Europei del 2003: si gioca a Kranj, in Slovenia, ed in finale arrivano la Croazia e la neonata Serbia-Montenegro (che però sulle calottine riporta ancora la sigla YUG). In acqua ed in tribuna non mancano le scintille: una finale è pur sempre una finale e si affrontano due paesi separati un tempo da un odio reciproco. Alcuni tifosi croati forzano gli ingressi ed entrano senza pagare regolarmente il biglietto La Croazia conduce per lungo tempo l’incontro e arriva fino al 7-4, ma dall’altra parte c’è un avversario indomito che riesce a prolungare la sfida ai tempi supplementari, intervallati dalle medicazioni all’arbitro slovacco Kratovchil, colpito alla testa da un bullone: nella prima delle due proroghe il serbo Šapić segna il gol del definitivo 9-8. Sugli spalti si scatena l’inferno, complice un servizio di sicurezza inadeguato per la circostanza (appena quaranta gli agenti impiegati per controllare quasi tremila persone): gli uligani croati, molti dei quali ubriachi, sradicano i seggiolini e li lanciano con veemenza in acqua e verso le panchine. Un altro gruppo si avvicina alla zona delle tv e danneggia impianti e materiali, interrompendo per alcuni minuti il collegamento Rai. A rinfocolare gli animi ci pensano persino le autorità, con i ministri serbi Boris Tadić e Goran Svilanović che si danno alla pazza gioia: quest’ultimo addirittura si tuffa in acqua per festeggiare la squadra. Non è tutto: a Belgrado i tifosi scendono in strada per festeggiare ma, una volta viste le immagini in tv, si dirigono all’ambasciata croata. Vetri infranti, muri imbrattati, la bandiera a scacchi bianchi e rossi bruciata e sostituita con il tricolore serbo-montenegrino. Analoga situazione a Novi Sad, dove la folla inneggia addirittura ai criminali di guerra Mladić e Karadžić. Scoppia il caso diplomatico: Milan Simurdić, ambasciatore serbo in Croazia, viene convocato d’urgenza dal governo di Zagabria mentre il ministro degli Esteri Tonino Picula annulla una visita in Montenegro.

Dall’ex Jugoslavia alla Serbia. Passano tre anni: gli Europei si svolgono ancora nei Balcani, a Belgrado. Vince la Serbia padrona di casa, orfana però dei giocatori montenegrini: pochi mesi prima (21 maggio) un referendum aveva infatti sancito l’indipendenza del Montenegro, comunque riconosciuta dal governo serbo. Tuttavia, prima della scissione, sotto la bandiera delle due nazioni ancora unite la squadra aveva vinto la sua seconda World League, torneo che solitamente serve come banco di prova in vista degli eventi più importanti. E così la nazionale serba, ora allenata da Dejan Udovičić, passa alla storia per aver vinto quattro volte il titolo europeo con altrettante, diverse denominazioni. L’ultimo episodio degli intrecci tra sport e politica nei Balcani risale all’estate 2008, alla vigilia dei Giochi olimpici di Pechino: a Málaga arrivano in finale proprio Serbia e Montenegro, con vittoria, neanche poi sorprendente, di questi ultimi. La saga si è recentemente arricchita di un nuovo capitolo: a Zagabria indosserà la calottina montenegrina l’esperto portiere Denis Šefik, fino al 2008 in forza alla nazionale serba. La sua ultima apparizione risale ai Giochi di Pechino: qui si rese protagonista di un acceso diverbio (poi degenerato in rissa) all’interno del villaggio olimpico con Aleksandar Šapić, che accusò Šefik di essere stato corrotto proprio dai montenegrini in occasione della finale di Málaga. Le due nazionali non figurano nello stesso girone, ma chissà che il destino non decida di porle nuovamente una di fronte all’altra come nella recente finale di World League e, chissà, regalare altre storie da raccontare.

(Articolo pubblicato sul Numero 1 di Pianeta Sport)

IERI & OGGI: GLI EROI DI BARCELLONA 1992

PallanuotoNel suo (emozionante) libro intitolato “Todos mis hermanos”, Manuel Estiarte dedica il primo capitolo a quella che, senza ombra di dubbio, è stata finora la più emozionante finale di una competizione di pallanuoto: quella dei Giochi olimpici di Barcellona. L’ex giocatore spagnolo, oggi insignito di un’importante carica all’interno del Barcellona, la definisce “El partido perfecto”, la partita perfetta. Non era una partita qualsiasi, quella che andò in scena il 9 agosto del 1992 alla piscina Bernart Picornell proprio il giorno della chiusura della manifestazione. Non poteva esserlo per Estiarte e per tutti i compagni di squadra catalani come lui: giocare di fronte al re Juan Carlos e al principe Felipe, ma soprattutto davanti ai loro padri, alle loro madri, a mogli, fidanzate e figli. Davanti alla loro gente. Un’occasione irripetibile.

Da pochi anni la Spagna è una nazionale emergente: un anno prima si è laureata vicecampione europea e mondiale, sconfitta in entrambe le occasioni – e con un solo gol di distacco – dalla Jugoslavia e adesso, per la prima volta, arriva a disputare una finale olimpica. Il leader è Manel Estiarte, catalano di Manresa che in Italia ha indossato le calottine di Pescara e Savona. Dall’altra parte c’è proprio l’Italia. Due paesi mediterranei le cui nazionali di pallanuoto sono guidate da allenatori balcanici: sia il croato Dragan Matutinović, coach degli iberici, sia il serbo Ratko Rudić, a caccia del terzo oro olimpico consecutivo, impongono ai loro giocatori allenamenti durissimi, al limite della sopportazione, tra corse in montagna, sollevamento pesi e nuotate con una maglietta addosso. Ma tanta fatica viene ricompensata dai risultati ottenuti sul campo, anzi, in acqua.

Il giorno della finale vi sono diciottomila persone sugli spalti: Estiarte ricostruisce nel suo libro gli attimi che precedono l’inizio della sfida. Nel tunnel che accompagna le squadre dalla piscina del riscaldamento a quella della partita regna il silenzio: si può udire solo il rumore delle ciabatte che sbattono sul pavimento con la cadenza delle lancette di un orologio. Consueta stretta di mano tra i due capitani, promesse di rito di non giocare sporco, esecuzione degli inni nazionali. Che la finale abbia inizio.

Entrambe le squadre non hanno lasciato niente di intentato, curando meticolosamente ogni singolo dettaglia. L’Italia, complice forse la tensione che gioca un brutto scherzo agli spagnoli, parte davvero forte e passa in vantaggio: Fiorillo serve a centroboa Ferretti che si libera della marcatura dell’avversario e, di sinistro, infila il pallone tra le braccia di Rollán. Chiuso in vantaggio il primo parziale, gli azzurri raddoppiano con Caldarella che trova un pertugio sul primo palo: Estiarte, su situazione di superiorità numeriche, dimezza lo svantaggio. Ma l’Italia sembra avere una marcia in più: prima Campagna segna dalla distanza con una conclusione che non lascia scampo a Rollán, poi Ferretti riceve palla a boa e, spalle alla porta, attende l’uscita del portiere spagnolo per beffarlo con una superba palombella. La difesa non concede spazi: Rudić fa giocare i suoi alla “jugoslava”, riproponendo una zona che ai Giochi di Los Angeles e Seul aveva portato i suoi frutti. La tattica intimorisce gli spagnoli, che arrivano al tiro con la paura di veder fuggire gli avversari in contropiede in caso di errore.

4-1 perl’Italia nel secondo parziale: altro che sogno olimpico, la finale in casa assume le sembianze di un incubo per la Spagna. Salvador “Chava” Gómez, centroboa degli iberici, segna poco prima dell’intervallo lungo.

Il terzo tempo si apre con una nuova rete dei padroni di casa: Pedro García conferma le sue qualità di cecchino infallibile e realizza il 3-4 con una fucilata. Il rigore di Campagna e la seconda marcatura personale di Caldarella, tuttavia, riportano a tre i gol di distacco tra Spagna ed Italia. Il pubblico, ed anche la coppia arbitrale composta dall’olandese van Dorp e dal cubano Martínez, spinge gli spagnoli verso una nuova rimonta: García è scatenato dalla linea dei 4 metri, segna ancora con una conclusione imparabile e poi, proprio a pochi secondi dal termine del tempo, supera Attolico in uscita da distanza ravvicinata. Adesso è l’Italia a doversi guardare dal sussulto d’orgoglio di Estiarte e compagni. Ferretti in superiorità numerica sigla il 7-5, ma la Spagna non si dà per sconfitta: Estiarte, che nel frattempo ha fallito un rigore, gonfia la rete dopo una serie ripetuta di finte ed infine Oca sorprende Attolico sul primo palo, regalando ai compagni l’agognato pareggio e prolungando così la sfida ai tempi supplementari.

Il regolamento prevede due mini-tempi da tre minuti ciascuno. Italiani e spagnoli non vanno per il sottile, in acqua è pallanuoto vera e non c’è spazio per i complimenti: ne farà le spese Fiorillo, espulso per aver rifilato un pugno ad Estiarte che sarà costretto a proseguire con una ferita al sopracciglio. Dopo lo 0-0 del primo supplementare, la partita sembra andare incontro ad una svolta nei 42 secondi finali del successivo: la Spagna guadagna un nuovo rigore e dai quattro metri si presenta ancora il capitano. Che decide di tirare dove non ha mai lanciato il pallone in tutta la sua carriera: in alto, a sinistra. Rete. Per la prima volta, gli iberici passano in vantaggio. Quarantadue secondi li separano da un oro olimpico che la nazionale mai ha conquistato. Scrive Estiarte: “Lo tirai male, però effettivamente colsi il portiere totalmente alla sprovvista”.

Sotto di un gol, a meno di un minuto dalla fine. Di fronte ad un pubblico per la quasi totalità “ostile”. Senza i favori della coppia arbitrale. L’Italia potrebbe sfaldarsi, adesso. Palla al centro, azione di attacco. Matutinović non ha dubbi e ordina ai suoi di giocare a pressing. Come racconta nel suo libro, Estiarte ha un presentimento: ma quale pressing, in porta abbiamo Jesús, il miglior portiere al mondo. Meglio passare a zona ed annullare così gli uomini più pericolosi come Campagna e Ferretti, pensa tra sé. Vorrebbe contraddirlo davanti a tutti, ma le gerarchie sono gerarchie e urla ai compagni di difendere a pressing. Bovo serve a centroboa un pallone alto che Ferretti gira in rete sul primo palo. Tutto questo avviene quando mancano venti secondi. Niente da fare: si va avanti. Trascorrono altri tre tempi supplementari senza reti: intanto proseguono le scintille tra i giocatori e, adesso, persino tra gli allenatori. Nessuna delle due vuol perdere, nessuna tra Italia e Spagna merita la sconfitta. Sesto tempo supplementare, manca meno di un minuto: D’Altrui porta avanti il pallone sulla destra e serve Ferretti, in posizione centrale. Il centroboa subisce fallo e, con la coda dell’occhio, vede Gandolfi smarcato sulla sinistra: Rollán esce e prova a chiudergli lo specchio, il giocatore azzurro fa passare il pallone sotto le sue braccia, nell’angolo in basso. Gol. 9-8 per l’Italia. Gandolfi esulta come se fosse un cowboy che agita un lazo nell’aria: è quello immaginario con cui l’Italia sta per accalappiare la medaglia d’oro. Mancano trentadue secondi. La Spagna ha un’ultima occasione: gli azzurri pressano incessantemente, più che una partita di pallanuoto sembra di assistere a sei finali simultanee di lotta greco-romana. Quattro secondi al termine: Estiarte subisce fallo, batte e serve Oca che tira di prima intenzione. La palla colpisce la traversa e poi ritorna sull’acqua, al di qua della linea di porta. Traversa e acqua. Non è gol. Dopo una battaglia di 46 minuti effettivi di gioco, l’Italia esulta: dopo Londra 1948 e Roma 1960, è di nuovo oro olimpico. Rudić abbraccia i suoi atleti e se la ride sotto i baffi: è appena entrato nella leggenda conquistando il terzo oro olimpico consecutivo come allenatore. Una foto, pubblicata il giorno successivo su “Mundo deportivo”, immortala Estiarte che, appoggiato ad una panchina, si copre il volto con la mano: è l’emblema del sogno spagnolo brutalmente spezzato.

Passano quattro anni e, ad Atlanta, la Spagna riesce finalmente a spezzare l’incantesimo e a vincere la medaglia d’oro. Ma resterà il rimpianto di non essere riusciti a compiere l’impresa a Barcellona, nella propria casa, davanti alle rispettive famiglie. Quel giorno doveva essere un trionfo per tutta una nazione. E invece l’Italia fece piangere il re.

9 agosto 1992

SPAGNA-ITALIA 8-9 (0-1, 2-3, 3-2, 2-1; 0-0, 1-1, 0-0, 0-0, 0-0, 0-1)

Piscina Bernart Picornell, Barcellona

SPAGNA: Rollán, Estiarte 3, Ballart, Sans, Gómez 1, Oca 1, García 3; Pedrerol, González, Michavila, Pico, Sánchez, Silvestre. All. Matutinović.

ITALIA: Attolico, Bovo, Campagna 2, Fiorillo, Francesco Porzio, Ferretti 4, Silipo; D’Altrui, Giuseppe Porzio, Caldarella 2, Pomilio, Gandolfi 1, Averaimo. All. Rudić.

ARBITRI: van Dorp (Olanda) e Martínez (Cuba).

Simone Pierotti